Долучитися тиші

Нестерпно тягне долучитися тиші.

Заскочити на київську картографічну, набрати генштабу 1:100000 і довго зліплювати листи у здоровенний один.

Дві години ламінувати скотчем, зникнути з пеленгаторів і ще вагатися де ночувати: на станції зондування іоносфери чи станції космічного зв’язку?

На всіх цих станціях, таких неефективних і грімголос титулованих зорями аж розкурочених, захоплених вібраціями протягу, насичених запахами мокроти.

Я дев’ять років не ходжу на київську картографічну фабрику, боюся навіть про неї загуглити, страшніше хіба приїхати, а її вже нема, теж закинута і доведеться туди вломитися аби в закинутого забрати топографію закинутих місць.

це як чекати автобус на вкритій мохом зупинці
я годин десять чекав
автобус не приїхав
зрештою, я й сам звідти не вибрався

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Майже

Рік тому я майже зав’язав.

Двічі поспіль піймався, навігатор вирубався і глох, наче всі нехороші з мого пантеону хапали за руки і тягли до людей.

Та пожежі і крик заборон повернули на місце, на орбіту Зони, до магнетизму якої звикаєш, як до гравітації.

Любов до неї не потребує пояснень і посилань на наукові праці. Дякую тобі за це, моя неозора Моано, в океані тебе я й розчинюся, в морі тиші твоєї поставлю життя на повтор.
Пам’ятаю, як зав’язав востаннє.

Вночі добрів до хати, виклав з рюкзака пляшку і перед сном дивився в небо крізь даху пролам. Ніхто не бачив мене, тільки зорі з плями Молочного Шляху, небесної ріки інків, що розполовинює ніч.

Я тоді повернувся, але пляшку залишив. Хай за нас вип’ють духи комбайнерів чорнобильського району, яких небесна ріка вже забрала. Хай їхні душі покружляють, розсядуться колом і піднімуть чарки імені «йобнем по третій і отбой мужики».
Тепер я залишаю пляшку завжди.

Йду в соляк, беру пляшку і ніколи її не п’ю.

Ніби хочу доєднати до океану ще одну краплю, ще одну сльозу.

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Моя нова книга «Оформдляндія. Чормет. Ряска»

Скоро в книгарнях.

«Оформляндія. Чормет. Ряска» містить три твори про темну сторону Зони, які Нора-Друк вирішили видати знову.

В авторській редакції тексти відчутно змінились. Видання друге ніби й вимагає наростити обсяг, а я лаконізацію вибрав. Твори схудли і звучать навіть краще. Неполіткоректні пасажі повісті «Чормет» і матюки не зачіпав, звісно.

Якщо перші видання назвати режисерською версією, то це – театральна (вкупі зі стилістичною еволюцією і лаконізацією). Залишилося найважливіше, стало динамічніше і порадує навіть тих, кому раніше зайшло.

«Оформляндія» стала схожою на текст, який з березня 2014 був доступний в мережі і став першим романом про нелегалів. Ну і вона тільки з Європи повернулась: нахвалена і включена в рейтинги.

Раджу всім саме це видання.

За дизайн обкладинки дяка моїй неймовірній Oksana Ati. На сайті «Нора-Друк» книжку вже можна передзамовити.

https://books.nora-druk.com/product/oformlandia21/

Фото на обкладинці книги Eugene Madatov.

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I libri più belli dell’anno ve li consiglia Robinson

Non una classifica ma una guida utile, una costellazione di dieci letture che rappresenta al meglio lo spirito dei nostri tempi. Dali dagli androidi immaginati da Ian McEwan alla cupa condizione femminile dei «Testamenti» di Margaret Atwood

di RAFFAELLA DE SANTIS

Proviamo a usare i libri come barometro dell’anno trascorso. In fondo servono anche a questo – soprattutto a questo –, a parlarci di noi. Su Robinson (in edicola tutta la settimana a 50 centesimi in più) proponiamo i nostri migliori titoli del 2019: dieci, scelti tra quelli recensiti dalle nostre grandi firme durante l’anno. Non è una classifica, ma una piccola costellazione di letture illuminanti su temi importanti: amore, visioni future, nuove identità.

C’è il futuro, così come lo immaginano i più grandi romanzieri. Quello cupo delle donne-ancelle che Margaret Atwood narra nei Testamenti (Ponte alle Grazie) o quello dominato dall’intelligenza artificiale che Ian McEwan orchestra in Macchine come me (Einaudi), dove un androide s’innamora e interferisce con gli umani. C’è il presente senza confini, frastagliato e multiculturale, di chi vive in perenne movimento, tra terminal e aerei, esponendosi al rischio di qualche Turbolenza, come nel romanzo di David Szalay (Adelphi). E il presente di chi è sballottato tra un paese e l’altro: il protagonista de L’isola dei fucili (Neri Pozza) di Amitav Gosh vive a Brooklyn ma porta con sé l’infanzia bengalese, gli dèi, le leggende di Calcutta.

Tra i saggi, abbiamo scelto quello narrativo di Amin Maalouf, Il naufragio delle civiltà (La nave di Teseo), un viaggio tra Oriente e Occidente, grandi potenze in crisi e nazioni emergenti. Le nostre paure ambientali invece hanno una data: 1986, quando esplode Chernobyl. Una passeggiata nella zona dello scrittore ucraino Markijan Kamys (Keller) è un tuffo dentro quella terribile tragedia, legato ai ricordi: il padre dell’autore lavorava come liquidatore addetto al risanamento della Zona dopo il disastro nucleare. Parte da una storia vera anche il romanzo rivelazione di Viola Ardone, Il treno dei bambini (Einaudi), un affido di massa organizzato dal Pci nel 1946 per spedire i ragazzini meridionali nel Nord benestante.

C’è poi una costellazione emotiva, una carta geografica dei sentimenti giovanili, nella fase di passaggio all’età adulta: i millennial di Sally Rooney, con i loro amori da college (Persone normali, Einaudi), e le adolescenti napoletane di uno dei romanzi più attesi dell’anno, La vita bugiarda degli adulti (e/o) di Elena Ferrante. Dolente e visionario, tra i libri migliori del 2019, non può mancare il Diario dell’anno del Nobel (Feltrinelli) di José Saramago. Ritrovato dopo la morte dello scrittore dalla vedova Pilar del Río nel desktop del suo computer è una fotografia della crisi attuale. Parla di noi, ma al modo di Saramago, cioè senza sconti. I nostri mali? Paura, indifferenza e rassegnazione. I rimedi? Leggere, conoscere, studiare.

https://www.repubblica.it/robinson/2019/12/28/news/i_libri_piu_belli_dell_anno_ve_li_consiglia_robinson-244562196/

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Photo by Keller Editore.

Il mio libro su Chernobyl in Italiano

In Italia, nella casa editrice Keller Editore, è stato pubblicato il mio libro sulla ricerca illegale di Chernobyl:

  1. Ordina un libro:
    https://www.kellereditore.it/prodotto/una-passeggiata-nella-zona-markijan-kamys/
  2. Recensione su la Repubblica:
    https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2019/12/07/news/chernobyl_brucia_con_noi-242742688/
  3. Intervista con me: https://www.rivistaetnie.com/chernobyl-markiyan-kamysh-74822/
  4. Review: https://www.lalettricegeniale.it/una-passeggiata-nella-zona-markijan-kamys/
  5. An another review: http://www.ilgiornale.it/news/kamis-e-i-100-viaggi-nella-zona-proibita-perch-chernobyl-ha-1802647.html

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наприкладPhoto: Keller Editore.

New review of my book in Italy

The author of the «APPUNTI DI CARTA» blog about my book:

“Della Zona sono venuti a sapere dal film Chernobyl Diaries, non credono ai mostri oltre il filo spinato, ma il Chernobyl disaster lo vogliono vedere con i loro occhi” (pag83)

“Una passeggiata nella Zona” è un testo dalla radici culturali e storiche profondissime. Non si esaurisce nel racconto di un’esperienza vòlta a nutrire il guilty pleasure di un pubblico retronostalgico fedele all’Instagram – ma, al contrario, da lì parte (perché l’autore, di fatto, per mestiere è guida turistica illegale all’interno dei territori contaminati che circondano Ĉornobyl’) per poi scavalcare di netto questa chiave di lettura, in maniera critica e provocatoria. Recuperando – con un passo indietro che non può non far pensare a un passo in avanti – quell’idea del selvatico di cui fu padre addirittura Henry David Thoreau.

Scrive Wu Ming 2 nell’intoduzione a “Walden” (2005): “Purtroppo, l’uomo non è (più) capace di conciliare spirito e materia. Solo nel contatto con la Natura può sperimentare una parvenza di unità e imparare così a riprodurla. Nella Natura, infatti, c’è un elemento che coinvolge spirito e materia allo stesso modo, una sorta di sintesi tra i due opposti. Questa sintesi è il selvatico: ^Ci serve essere testimoni della trasgressione dei nostri stessi limiti, e di qualche vita al pascolo libero là dove non vagabondiamo mai^”

“Le braci scoppiettavano, gli esili corpi delle sedie si incrinavano. Come incenso dei boschi della Polissja volavano in cielo attraverso i buchi del soffitto le nostre paure, le nostre preghiere, le nostre suppliche. Volavano come fumo nel cielo stellato tutti i nostri pensieri oscuri, le nostre sofferenze” (“Una passeggiata nella Zona”, pag143)

Quando la ricostruzione ambientale smette di ricoprire una funzione contestualizzante ma assume le caratteristiche di co-protagonista allo scopo di creare un rapporto di comunanza (e anche simbiosi) con gli altri personaggi della vicenda, rispecchiandone le caratteristiche evidenti o nascoste – ecco, in quel momento ci troviamo di fronte a una particolare tipologia letteraria, quella del New Nature Writing. Ma attenzione, perché tra la nostalgie della boue e l’Antropocene, di questioni in mezzo ne passano parecchie.

“Mi ripropongo di tenere qui quel che Thoreau chiamava *un diario meteorologico della mente*, di raccontare storie e descrivere alcune scene di questa valle (…) e di esplorare, impaurita e tremante, alcune delle distese scure non rilevate dalle mappe e le empie fortezze a cui queste storie e scene conducono così vertiginosamente” (Annie Dillard, “Pellegrinaggio al Tinker Creek“, Bompiani 2019)

“Gli scrittori che si occupano di nature writing – scriveva Steven Poole nel 2013 – tendono a dipingere il mondo non-umano come un luogo di eterna, soleggiata pace e armonia, (e la natura) quale unica vittima innocente della devastazione a opera dell’uomo – sempre dimenticandosi, in un modo o nell’altro, di come essa sia artefice dello sterminio di un numero illimitato di sudditi del proprio regno attraverso eruzioni vulcaniche, tzunami e variazioni climatiche, per non parlare di tutte quelle orribili e cruente attività quotidiane nelle quali i suoi membri, tra uccidersi e mangiarsi a vicenda, sono impegnati”.

Markijan Kamyš fa proprio questo: ci prende per mano e ci conduce, novello flâneur che maneggia egregiamente l’arte del perdersi,(“Prypjiat’, la meta dei novellini, di quelli che non hanno ancora imparato ad apprezzare i villaggi in rovina e che vogliono agguantare subito il biglietto da visita di tutti i luoghi abbandonati”, scrive) in uno dei luoghi più devastati della Terra, un luogo in cui Uomo e Natura si confrontano sullo stesso terreno – quello dell’(auto)distruzione e della lotta per la sopravvivenza – in cui l’uno è ostile all’altra ma nello stesso tempo l’una è inseparabile dall’altro, legati intimamente come sono per via delle medesime origini e del medesimo destino che secondo Markijan Kamyš si trovano a condividere. Gli elementi del NNW ci sono tutti: l’idea di una Natura che riprende i propri spazi difendendo se stessa dall’invasione dell’uomo, il tema del viaggio che è esplorazione e racconto, una meta che si distingue più per quello che non è, un non-luogo denso di storia che crea nel visitatore uno sdoppiamento dell’individualità (Markijan Kamyš ne penetra bene gli anfratti, di questa alienazione) e il misticismo religioso, quell’esigenza di contatto con il divino e la ricerca di un significato superiore (a cui Markijan Kamyš dedica addirittura un capitolo, “Polesian Zen”).

“In questa casa sono passati molti degli alentesi: il paese vi entrava e si perdeva a poco a poco, lasciando la sua ombra che vi giace ancora ed è tutta l’eredità di quegli anni”. Lei è Carmen Pellegrino, che il suo mestiere di abbandonologa lo ha raccontato nel suo romanzo d’esordio “Cade la terra” (Giunti 2015). E così ci parla Markijan Kamyš dalle pagine di “Una passeggiata nella Zona”:

“Mi tranquillizzo sempre quando stendo il materassino tra i mucchi di tappezzeria sgretolata. Mucchi privi di ogni forma che in primavera arrivano all’altezza dello zoccolino. Su quella carta da parati scrivevo i miei desideri più intimi, le mie maledizioni più nere, i miei sogni più grandi, poi mettevo con cura quei pezzetti di carta sotto le bottiglie ancora chiuse e, quando cominciavamo a bere alla luce delle torce tra l fumo di sigaretta e l’aroma della carne in scatola, sapevo perfettamente che tra quelle quattro pareti abbandonate non ci sarebbe mai capitato niente di brutto” (pag47)

“Ti addormenti in pace tra i cardini che cigolano, perché sai che le case morte amano parlare ai loro ospiti. Sai che amano condividere le loro preghiere, le loro suppliche con le anime di chi va a visitarle. Sai che cercano pietà” (pag51)

Finché i muri reggono, i miei ospiti esistono. Li tengo qui con me e li riporto alla loro vita di prima”, scrive Carmen Pellegrino e potremmo andare avanti all’infinito ma il racconto poetico di Markijan Kamyš parla anche di molto altro che va quanto meno citato. Il suo non è soltanto la storia di una vita ai margini tra alcool, droghe, barboni, disgraziati, ladri e delinquenti, ma anche la denuncia sociale nei riguardi di quel “Sogno sovietico” che sul campo ha lasciato centinaia di morti, migliaia di chilometri di terre contaminate e, soprattutto, un esercito di giovani privi di qualsiasi speranza per il futuro – e, quel che è peggio, tra non molto anche orfani del proprio passato. Giovani che, privi di alcun autocompiacimento, scelgono di perdersi nei boschi radioattivi della Polissja in una strenua e disperata difesa – sprovvista di alternative – della propria memoria storica.

“Una città morta. Sì morta. Due volte. La seconda con quelle migliaia di foto e le code di merda delle escursioni ufficiali. Prypiat’ l’ha uccisa la noia degli hipster, che hanno oscurato i divani marci con le loro schiene tatuate, cartografando su Instagram ogni centimetro di quella terra incognita. Si è perso il mistero, è fuggito via, si è sciolto nella rete. L’aura mistica di Prypiat’ si è volatilizzata come cenere in tutti gli angoli del mondo, risucchiata dall’etere in paesi lontani. Ormai non si riesce più ad avere paura in quelle case” (pag49)

Note: “Una passeggiata nella Zona” è stato il primo libro del 2020 per ADC. Ed è stato anche il primo libro che, dopo tanti anni e tantissimi libri, ADC ha sentito il bisogno di leggere due volte. La prima, da mezzanotte alle tre di una notte freddissima dei primi giorni di Gennaio; la seconda questa sera, per cercare di mettere un punto a questa storia – cosa che però non sono riuscita a fare. Nemmeno sul Twitter.

Original publication: https://appuntidicarta.it/2020/01/13/una-passeggiata-nella-zona-di-markijan-kamys-trad-alessandro-achilli/