I libri più belli dell’anno ve li consiglia Robinson

Non una classifica ma una guida utile, una costellazione di dieci letture che rappresenta al meglio lo spirito dei nostri tempi. Dali dagli androidi immaginati da Ian McEwan alla cupa condizione femminile dei «Testamenti» di Margaret Atwood

di RAFFAELLA DE SANTIS

Proviamo a usare i libri come barometro dell’anno trascorso. In fondo servono anche a questo – soprattutto a questo –, a parlarci di noi. Su Robinson (in edicola tutta la settimana a 50 centesimi in più) proponiamo i nostri migliori titoli del 2019: dieci, scelti tra quelli recensiti dalle nostre grandi firme durante l’anno. Non è una classifica, ma una piccola costellazione di letture illuminanti su temi importanti: amore, visioni future, nuove identità.

C’è il futuro, così come lo immaginano i più grandi romanzieri. Quello cupo delle donne-ancelle che Margaret Atwood narra nei Testamenti (Ponte alle Grazie) o quello dominato dall’intelligenza artificiale che Ian McEwan orchestra in Macchine come me (Einaudi), dove un androide s’innamora e interferisce con gli umani. C’è il presente senza confini, frastagliato e multiculturale, di chi vive in perenne movimento, tra terminal e aerei, esponendosi al rischio di qualche Turbolenza, come nel romanzo di David Szalay (Adelphi). E il presente di chi è sballottato tra un paese e l’altro: il protagonista de L’isola dei fucili (Neri Pozza) di Amitav Gosh vive a Brooklyn ma porta con sé l’infanzia bengalese, gli dèi, le leggende di Calcutta.

Tra i saggi, abbiamo scelto quello narrativo di Amin Maalouf, Il naufragio delle civiltà (La nave di Teseo), un viaggio tra Oriente e Occidente, grandi potenze in crisi e nazioni emergenti. Le nostre paure ambientali invece hanno una data: 1986, quando esplode Chernobyl. Una passeggiata nella zona dello scrittore ucraino Markijan Kamys (Keller) è un tuffo dentro quella terribile tragedia, legato ai ricordi: il padre dell’autore lavorava come liquidatore addetto al risanamento della Zona dopo il disastro nucleare. Parte da una storia vera anche il romanzo rivelazione di Viola Ardone, Il treno dei bambini (Einaudi), un affido di massa organizzato dal Pci nel 1946 per spedire i ragazzini meridionali nel Nord benestante.

C’è poi una costellazione emotiva, una carta geografica dei sentimenti giovanili, nella fase di passaggio all’età adulta: i millennial di Sally Rooney, con i loro amori da college (Persone normali, Einaudi), e le adolescenti napoletane di uno dei romanzi più attesi dell’anno, La vita bugiarda degli adulti (e/o) di Elena Ferrante. Dolente e visionario, tra i libri migliori del 2019, non può mancare il Diario dell’anno del Nobel (Feltrinelli) di José Saramago. Ritrovato dopo la morte dello scrittore dalla vedova Pilar del Río nel desktop del suo computer è una fotografia della crisi attuale. Parla di noi, ma al modo di Saramago, cioè senza sconti. I nostri mali? Paura, indifferenza e rassegnazione. I rimedi? Leggere, conoscere, studiare.

https://www.repubblica.it/robinson/2019/12/28/news/i_libri_piu_belli_dell_anno_ve_li_consiglia_robinson-244562196/

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Photo by Keller Editore.

Il mio libro su Chernobyl in Italiano

In Italia, nella casa editrice Keller Editore, è stato pubblicato il mio libro sulla ricerca illegale di Chernobyl:

  1. Ordina un libro:
    https://www.kellereditore.it/prodotto/una-passeggiata-nella-zona-markijan-kamys/
  2. Recensione su la Repubblica:
    https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2019/12/07/news/chernobyl_brucia_con_noi-242742688/
  3. Intervista con me: https://www.rivistaetnie.com/chernobyl-markiyan-kamysh-74822/
  4. Review: https://www.lalettricegeniale.it/una-passeggiata-nella-zona-markijan-kamys/
  5. An another review: http://www.ilgiornale.it/news/kamis-e-i-100-viaggi-nella-zona-proibita-perch-chernobyl-ha-1802647.html

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наприкладPhoto: Keller Editore.

New review of my book in Italy

The author of the «APPUNTI DI CARTA» blog about my book:

“Della Zona sono venuti a sapere dal film Chernobyl Diaries, non credono ai mostri oltre il filo spinato, ma il Chernobyl disaster lo vogliono vedere con i loro occhi” (pag83)

“Una passeggiata nella Zona” è un testo dalla radici culturali e storiche profondissime. Non si esaurisce nel racconto di un’esperienza vòlta a nutrire il guilty pleasure di un pubblico retronostalgico fedele all’Instagram – ma, al contrario, da lì parte (perché l’autore, di fatto, per mestiere è guida turistica illegale all’interno dei territori contaminati che circondano Ĉornobyl’) per poi scavalcare di netto questa chiave di lettura, in maniera critica e provocatoria. Recuperando – con un passo indietro che non può non far pensare a un passo in avanti – quell’idea del selvatico di cui fu padre addirittura Henry David Thoreau.

Scrive Wu Ming 2 nell’intoduzione a “Walden” (2005): “Purtroppo, l’uomo non è (più) capace di conciliare spirito e materia. Solo nel contatto con la Natura può sperimentare una parvenza di unità e imparare così a riprodurla. Nella Natura, infatti, c’è un elemento che coinvolge spirito e materia allo stesso modo, una sorta di sintesi tra i due opposti. Questa sintesi è il selvatico: ^Ci serve essere testimoni della trasgressione dei nostri stessi limiti, e di qualche vita al pascolo libero là dove non vagabondiamo mai^”

“Le braci scoppiettavano, gli esili corpi delle sedie si incrinavano. Come incenso dei boschi della Polissja volavano in cielo attraverso i buchi del soffitto le nostre paure, le nostre preghiere, le nostre suppliche. Volavano come fumo nel cielo stellato tutti i nostri pensieri oscuri, le nostre sofferenze” (“Una passeggiata nella Zona”, pag143)

Quando la ricostruzione ambientale smette di ricoprire una funzione contestualizzante ma assume le caratteristiche di co-protagonista allo scopo di creare un rapporto di comunanza (e anche simbiosi) con gli altri personaggi della vicenda, rispecchiandone le caratteristiche evidenti o nascoste – ecco, in quel momento ci troviamo di fronte a una particolare tipologia letteraria, quella del New Nature Writing. Ma attenzione, perché tra la nostalgie della boue e l’Antropocene, di questioni in mezzo ne passano parecchie.

“Mi ripropongo di tenere qui quel che Thoreau chiamava *un diario meteorologico della mente*, di raccontare storie e descrivere alcune scene di questa valle (…) e di esplorare, impaurita e tremante, alcune delle distese scure non rilevate dalle mappe e le empie fortezze a cui queste storie e scene conducono così vertiginosamente” (Annie Dillard, “Pellegrinaggio al Tinker Creek“, Bompiani 2019)

“Gli scrittori che si occupano di nature writing – scriveva Steven Poole nel 2013 – tendono a dipingere il mondo non-umano come un luogo di eterna, soleggiata pace e armonia, (e la natura) quale unica vittima innocente della devastazione a opera dell’uomo – sempre dimenticandosi, in un modo o nell’altro, di come essa sia artefice dello sterminio di un numero illimitato di sudditi del proprio regno attraverso eruzioni vulcaniche, tzunami e variazioni climatiche, per non parlare di tutte quelle orribili e cruente attività quotidiane nelle quali i suoi membri, tra uccidersi e mangiarsi a vicenda, sono impegnati”.

Markijan Kamyš fa proprio questo: ci prende per mano e ci conduce, novello flâneur che maneggia egregiamente l’arte del perdersi,(“Prypjiat’, la meta dei novellini, di quelli che non hanno ancora imparato ad apprezzare i villaggi in rovina e che vogliono agguantare subito il biglietto da visita di tutti i luoghi abbandonati”, scrive) in uno dei luoghi più devastati della Terra, un luogo in cui Uomo e Natura si confrontano sullo stesso terreno – quello dell’(auto)distruzione e della lotta per la sopravvivenza – in cui l’uno è ostile all’altra ma nello stesso tempo l’una è inseparabile dall’altro, legati intimamente come sono per via delle medesime origini e del medesimo destino che secondo Markijan Kamyš si trovano a condividere. Gli elementi del NNW ci sono tutti: l’idea di una Natura che riprende i propri spazi difendendo se stessa dall’invasione dell’uomo, il tema del viaggio che è esplorazione e racconto, una meta che si distingue più per quello che non è, un non-luogo denso di storia che crea nel visitatore uno sdoppiamento dell’individualità (Markijan Kamyš ne penetra bene gli anfratti, di questa alienazione) e il misticismo religioso, quell’esigenza di contatto con il divino e la ricerca di un significato superiore (a cui Markijan Kamyš dedica addirittura un capitolo, “Polesian Zen”).

“In questa casa sono passati molti degli alentesi: il paese vi entrava e si perdeva a poco a poco, lasciando la sua ombra che vi giace ancora ed è tutta l’eredità di quegli anni”. Lei è Carmen Pellegrino, che il suo mestiere di abbandonologa lo ha raccontato nel suo romanzo d’esordio “Cade la terra” (Giunti 2015). E così ci parla Markijan Kamyš dalle pagine di “Una passeggiata nella Zona”:

“Mi tranquillizzo sempre quando stendo il materassino tra i mucchi di tappezzeria sgretolata. Mucchi privi di ogni forma che in primavera arrivano all’altezza dello zoccolino. Su quella carta da parati scrivevo i miei desideri più intimi, le mie maledizioni più nere, i miei sogni più grandi, poi mettevo con cura quei pezzetti di carta sotto le bottiglie ancora chiuse e, quando cominciavamo a bere alla luce delle torce tra l fumo di sigaretta e l’aroma della carne in scatola, sapevo perfettamente che tra quelle quattro pareti abbandonate non ci sarebbe mai capitato niente di brutto” (pag47)

“Ti addormenti in pace tra i cardini che cigolano, perché sai che le case morte amano parlare ai loro ospiti. Sai che amano condividere le loro preghiere, le loro suppliche con le anime di chi va a visitarle. Sai che cercano pietà” (pag51)

Finché i muri reggono, i miei ospiti esistono. Li tengo qui con me e li riporto alla loro vita di prima”, scrive Carmen Pellegrino e potremmo andare avanti all’infinito ma il racconto poetico di Markijan Kamyš parla anche di molto altro che va quanto meno citato. Il suo non è soltanto la storia di una vita ai margini tra alcool, droghe, barboni, disgraziati, ladri e delinquenti, ma anche la denuncia sociale nei riguardi di quel “Sogno sovietico” che sul campo ha lasciato centinaia di morti, migliaia di chilometri di terre contaminate e, soprattutto, un esercito di giovani privi di qualsiasi speranza per il futuro – e, quel che è peggio, tra non molto anche orfani del proprio passato. Giovani che, privi di alcun autocompiacimento, scelgono di perdersi nei boschi radioattivi della Polissja in una strenua e disperata difesa – sprovvista di alternative – della propria memoria storica.

“Una città morta. Sì morta. Due volte. La seconda con quelle migliaia di foto e le code di merda delle escursioni ufficiali. Prypiat’ l’ha uccisa la noia degli hipster, che hanno oscurato i divani marci con le loro schiene tatuate, cartografando su Instagram ogni centimetro di quella terra incognita. Si è perso il mistero, è fuggito via, si è sciolto nella rete. L’aura mistica di Prypiat’ si è volatilizzata come cenere in tutti gli angoli del mondo, risucchiata dall’etere in paesi lontani. Ormai non si riesce più ad avere paura in quelle case” (pag49)

Note: “Una passeggiata nella Zona” è stato il primo libro del 2020 per ADC. Ed è stato anche il primo libro che, dopo tanti anni e tantissimi libri, ADC ha sentito il bisogno di leggere due volte. La prima, da mezzanotte alle tre di una notte freddissima dei primi giorni di Gennaio; la seconda questa sera, per cercare di mettere un punto a questa storia – cosa che però non sono riuscita a fare. Nemmeno sul Twitter.

Original publication: https://appuntidicarta.it/2020/01/13/una-passeggiata-nella-zona-di-markijan-kamys-trad-alessandro-achilli/

Corriere della Sera about my book

Metti Chernobyl nello zaino e cerca laggiù un po’ di futuro

Folgora per l’esotica e spontanea mescolanza di generi Una passeggiata nella Zona di Markijan Kamyš, scrittore ucraino, classe 1988, glio di uno degli eroi «liquidatori» del disastro di Chernobyl. Un libriccino corrosivo, tradotto da Alessandro Achilli per Keller, che
fonde reportage narrativo, diario di viaggio e memoriale romanzato raccontando con rabbiosa umanità l’esplorazione illegale dello stesso Kamyš, per mesi alterni, dal 2012 al 2014, attraverso la cosiddetta Zona di esclusione. Compresa nel raggio di circa 30 chilometri dal sito dell’ex centrale nucleare il cui quarto blocco esplose la mattina del 26 aprile 1986 (a anco: un’immagine di quei giorni), l’area interdetta della Zona ci viene mostrata da Kamyš per ciò che è, per ciò che accoglie, per come la si deve arontare e inne soprattutto
per ciò che ispira. «Sprofonderò nelle note del silenzio e attenderò con ansia il momento in cui infrangerò la legge, insinuandomi tra gli spuntoni arrugginiti del lo spinato, pungendomi col dolore e coi ricordi, col veleno delle bestemmie e il frastuono del bracconaggio.
Col veleno della vita». Ogni cosa viene così rappresentata senza indulgenza e senza impalcature moralistiche. Scopriamo sbalorditi e inquieti gli enormi scheletri contaminati, che sono le città ormai fantasma — Prypjat’ e i villaggi vicini — in cui Kamyš si inoltra nostalgico: uno spettacolo spettrale. Assistiamo a come l’autore elenchi, con comica serenità, alcuni suggerimenti necessari a combattere il cammino aspro nella Zona: «Lo zainetto è
fondamentale. Dev’essere piccolo. Lo si può schiacciare no a farlo stare in un pugno, lo si può avvolgere con lo scotch e lo si può inlare nello zaino più grosso. E quando serve lo usi per metterci le sigarette, le scatolette, le zuppe liolizzate, la bomboletta del gas con l’accendino, un paio di sneakers e le carte». Ci si inquieta al cospetto della fauna incombente tra i boschi selvaggi e radioattivi della freddissima Polesia in cui vagabondano, di notte, lupi, cinghiali e linci da cui scappano gli sciacalli. Ma benché la triste e tenebrosa atmosfera della Zona possa suggerire una spietata cronaca sui fantasmi che il disastro di Chernobyl rilascia ancora nella storia, Kamyš commuove, stravolgendo con maturità il suo registro linguistico da energico ad ardente teologia malinconica. Signicativa è infatti la dimensione religiosa che l’autore avverte quando elegge a sua oasi spirituale la chiesa di Krasno che ospita un gufo battezzato Armavir. «Questa chiesa mi è molto cara. Sono convinto che sia l’unica cosa della Zona ad avere un futuro, con quel lo di speranza e di sensibilità che ti sa infondere e con quegli inniti raggi di sole ogni mattina, quando apro il portone di ingresso e la luce invade il nartece quasi buio». Grazie a uno stile in bilico tra l’estasi linguistica del viaggio disperato fra le reliquie fatiscenti di una tragedia storica e il minimalismo crudele e sentimentale di una realtà atroce, Kamyš scrive un’opera in grado di scuoterci davanti al dolore umano e al dolore della natura.

Ogirinal publication: https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20200105/281651077034648

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Фото: Keller Editore.

il Manifesto about my book

Markijan Kamys, storia di un amore tossico
Scrittori ucraini. Risultato di decine e decine di stazionamenti a Chernobyl, un romanzo-reportage che si tiene lontano dal turismo nell’apocalisse: «Una passeggiata nella zona».

Quando le reazioni del grande pubblico sembrano coincidere con quelle dello spettatore ideale bisogna chiedersi se in esse non si nasconda qualcosa che trascende la qualità dell’opera e forse anche l’opera in assoluto: un bisogno profondo, una direzione verso cui tendiamo o, per dirla con una frase fatta, un segno dei tempi. La miniserie televisiva sul disastro di Chernobyl prodotta dalla HBO è un caso emblematico: ha incontrato l’apprezzamento del grande pubblico, nonostante l’angosciosa cupezza e il taglio quasi documentaristico. C’è da chiedersi il perché, al di là del fatto che è ben realizzata.

È evidente che neppure il diffuso risveglio ambientalista può bastare a spiegarlo. Cos’è che davvero ci attrae in Chernobyl? La risposta va cercata nei luoghi di allora, ma come sono ora, a distanza di decenni dall’incidente: avvelenati, abbandonati e recintati, però tutt’altro che morti. Per l’esattezza, va cercata in ciò che spinge molte persone a penetrare illegalmente nella cosiddetta Zona di esclusione, un’area del raggio di circa trenta chilometri al cuore della quale sta l’ex centrale. Le ragioni per ignorare le misure di sicurezza possono essere tante, prima fra tutte lo sciacallaggio. Ci si introduce nella Zona per trafugare di tutto, dai cavi elettrici ai sedili del WC; va bene qualunque oggetto o materiale inquinato possa essere preso e rivenduto nel mondo esterno.

Alcuni di questi sciacalli sono drogati, ma tra loro ci sono molti professionisti. C’è poi chi va in cerca di funghi, chi disbosca abusivamente. C’è anche un pugno di individui che risiedono in pianta stabile, persone perlopiù anziane che non hanno mai voluto lasciare i loro villaggi e la cui presenza viene ormai tollerata dalle autorità. Ci sono inoltre i turisti clandestini, coloro che vengono richiamati dal fascino del luogo. Cercano probabilmente un contatto con il proibito o l’apocalisse, la sensazione di sentirsi fantasmi, visitare il mondo dopo la fine del mondo, un po’ come è possibile fare a Pompei e, in misura ovviamente ridotta, in altri siti archeologici, con la differenza che la Zona non è ciò che resta di un passato remoto; la Zona appartiene ancora al presente e forse anche al futuro.

I turisti sconfinano solitamente una volta soltanto, vivono l’ebbrezza dell’avventura, scattano qualche foto, inclusi gli immancabili selfie con gli sfondi ormai iconici dell’autoscontro invaso dalle sterpaglie o della ruota panoramica, e tornano da dove sono venuti. Poi ci sono gli stalker veri e propri, individui come Markijan Kamyš, l’autore di Una passeggiata nella zona (traduzione di Alessandro Achilli, Keller, pp. 157, € 15,00) che nella Zona è tornato decine e decine di volte, passandoci in totale un anno e senza altro fine fuorché quello di stare in un luogo che ama, a dispetto dei rischi e dei disagi, come è giusto che sia quando si ama davvero. È lo stesso Kamyš a definirsi uno stalker, e malgrado nel suo libro peraltro molto breve il termine ricorra soltanto un paio di volte e senza che mai vengano nominati Tarkovskij né i fratelli Strugackij, risulta difficile, per non dire impossibile non pensare alla Zona di Stalker e al romanzo che ha ispirato il film. Sembrerebbe proprio uno di quei casi in cui la fantascienza e, più in generale, l’arte e l’immaginazione hanno precorso i tempi e la realtà. E non tanto per la somiglianza, pure inquietante, tra la Zona della favola, lascito della visita di una civiltà aliena, e quella di Chernobyl, prodotta dall’uomo e dalla sua rimarchevole capacità di rivaleggiare con le forze più distruttive della natura; quanto per ciò che la Zona è giunta a simboleggiare, per ciò che ha rivelato di noi.

La «Zona è la stanza scura del nostro desiderio rimosso» scriveva qualche anno fa Geoff Dyer in uno dei suoi saggi erratici. Parlava del film di Tarkovskij, ma sono parole che si attagliano perfettamente anche alla Zona di esclusione o almeno al profondo legame – quasi una dipendenza tossica – che Kamyš ha con quella terra malata nonché alla fascinazione che Chernobyl esercita sul grande pubblico. Accomunare l’uno all’altro è certo un azzardo. Kamyš non è esattamente il compendio dell’uomo qualunque. Nessuno spettatore abituale di serie televisive resisterebbe più di due giorni nelle condizioni estreme che Kamyš affronta con una sconsideratezza paurosa, ai limiti del disumano, pur di vivere la sua vita da stalker. Chi fra noi patirebbe il gelo dell’inverno ucraino per dormire tra le rovine contaminate di Prypjat, la città dell’atomo culla del tramontato Sogno sovietico? Chi si porterebbe come scorta dei panini in svendita al supermercato perché prossimi alla scadenza ma comunque non più nocivi dell’acqua della Zona? Queste differenze non implicano tuttavia che Kamyš ci sia estraneo.

Non serve essere eroi multiformi per riconoscersi nelle peregrinazioni di Ulisse, tanto più se l’eroe non fa nulla per marcarsi diverso da noi. A essere onesti, Kamyš non fa molto neanche per sembrare un nostro simile. La sua vita nel mondo normale resta un buco nero. A parte il tempo trascorso nella Zona, di sé ci dice solo che ogni tanto torna in una casa a Kiev. Accenna molto di sfuggita a qualche relazione, nessuna delle quali pare avergli cambiato la vita, sebbene aggiunga: «Non mi dimenticherò mai di tutte le ragazze che mi hanno chiesto di portarle in questa maledetta Zona». Ci rende noto che suo padre è stato uno dei liquidatori di Chernobyl, ma è un aspetto che archivia in poche righe e senza un sentimento apparente, senza spiegarlo né collegarlo in modo diretto alla sua condizione di stalker.

Leggendo Una passeggiata nella Zona, la morte del gatto – e non è una battuta – pare avere inciso più profondamente in questo senso. Il lettore arriva così a condividere la visione che Kamyš ha di sé e di quelli come lui: «A volte penso che non esistiamo. Non ci sono quelle quaranta persone che regolarmente si mettono a vagare tra le paludi… Un tempo c’eravamo, poi ci siamo dissolti tra gli acquitrini, ci siamo decomposti in lenticchie d’acqua, giunchi e luce del sole». E di questo il libro parla, in effetti: di una fusione assoluta con il paesaggio. Tra le tante descrizioni mesmeriche della Zona, Kamyš semina anche qualche consiglio, accorgimenti da usare semmai ci pungesse vaghezza di diventare stalker.

Quel che ci propone però non è un morboso turismo nell’apocalisse, bensì un atto di amore, un annullamento dell’Io, un’immersione mistica in un mondo sospeso dove le cose si concedono nella loro ostile e nondimeno inerme e struggente bellezza proprio perché belle nonostante le offese che gli abbiamo inflitto e perché, come tutti noi, avviate all’armonia finale della consunzione.

Original publication: https://ilmanifesto.it/markijan-kamys-storia-di-un-amore-tossico/?fbclid=IwAR0xBKJ2NLe648Bc1uaWdK8gY8U8Vi9FmLqvMzUXGYKTah3d1dxFhzj8Gxk

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Prypiat Underground, or the Resurrection of a Dead Town

Standing in the middle of Prypiat, I point my headlamp at a wall and watch Gamlet paint on the old Palace of Culture in black and white. The headlamp is powerful, so I’m worried that the police officers patrolling the abandoned town might spot us.

Before the Chornobyl meltdown, Prypiat was home to almost fifty thousand people. It was a symbol of the future: a thriving city populated by young nuclear scientists who were offered high wages and a wider selection at grocery stores. The city even had a supermarket, which was a tremendous luxury in the Soviet Union. Prypiat was built according to the best practices of the day—it had more than enough schools and daycare centers, and green spaces harmoniously complemented residential areas. Even the street layout was designed to eliminate traffic jams. Thirty-three years ago, Prypiat looked like a monument to civilization in the middle of a pine forest ocean. Then people abandoned it, and the town turned into an eerie wasteland.

I smuggled Gamlet into the Chornobyl Exclusion Zone. A nineteen-mile zone around the power plant has been off limits since the meltdown in 1986. You can’t go there without getting a special permit, let alone do street art. I’ve never been one to grovel, so I don’t have any special permits. Over the past seven years or so, I’ve been sneaking people in, like the protagonist of Andrei Tarkovsky’s Stalker.

I’m sitting on the cracked asphalt, pressing my hand against a clump of radioactive moss. It’s not that I don’t care about my health. The thing is, there isn’t much radiation here anymore, but even if there were, humans can get used to just about anything, anyway. “If there’s no dosimeter, there’s no radiation,” I tell Gamlet.

Gamlet is a Ukrainian street artist. Running his roller dipped in thick white paint along the wall, he says that his name has nothing to do with Shakespeare’s hero and that in Russian, gam let means the noise of years passing by, the commotion of the era in which we live.

Later, he admits that he was creeped out after I fell asleep. The dead town’s silence hovered over him, and he thought about waking me up. I could see why, though—it’s Gamlet’s first night in the Zone.

It took us two days to get there. First, it was a long taxi ride from Kyiv. Then we stealthily scaled a barbed wire fence—the Chornobyl Zone border—and trudged through a thick pine forest, dying from exhaustion as we hauled Gamlet’s abundant reserves of matte wall paint.

Twenty-five miles of forest, dirt paths, and an empty road—that’s our route. We head out after nightfall so the police won’t catch us. You can easily cover this much ground over the course of a single night, but summer nights are short, and the heavy paint cans slow us down, making our task even more challenging. A few hours later, my knock-off Chinese-made sneakers are giving me bad blisters.

The exclusion zone is not just Prypiat, Chornobyl, and the nuclear power station. It encompasses hundreds of deserted villages, hamlets, and other places. Summer camps, ranger stations, military bases, churches, and bridges. The Zone is three-quarters the size of Long Island. It takes two days to walk from the border of the Zone to Prypiat. Or three, if it is winter and you’re trudging through knee-deep snow along the abandoned stretch of railroad. The vastness and the variety of the barren terrain make you feel like you’re in an entirely deserted country.

Before nightfall, we finally make it to a ghost village. I shine my headlamp around in the thicket for a while until we come upon a house with no broken windows. We shed our backpacks and then start breaking down a fence for firewood.

Once we light up the stove, Gamlet sits down to sketch the pieces he’ll be doing in Prypiat. His fingers are heavy with rings, his face invisible behind a thick veil of cigarette smoke. Through that wall of tobacco, he tells me how he used to draw portraits of hobos when he himself was living in communal apartments.

His works address grim Ukrainian reality. They are black-and-white fragments of a wretched existence encased in succinct verbal Tao. In one of his paintings, there’s a pair of gloves that belonged to a shell-shocked soldier who’d left them at home but later forgot where his home was. Another one shows a solitary garage, and it’s called “my metal home.”

Gamlet wordlessly takes one more rolled cigarette out of his silver tin and lights it. Figuring I should just let him paint, I walk out of the house to get some water. Wading through knee-high grass and thick fog, I eventually reach a brook under a bridge and then kneel down on the bank. Aiming my headlamp at the dark surface of the water, I plunge my hand in. The river is insanely cold—at first, my hand locks up, but I get used to it as the water fills up my flask.

Our route toward Prypiat runs past the gigantic Chornobyl-2 radar. It was built to monitor ballistic missile launches from the US—it would’ve given the Soviets enough time to strike back. The radar would disrupt radio signals all over the world whenever it was turned on. During the Cold War, the radar was nicknamed “The Woodpecker,” since the interference sounded like the bird’s repetitive tapping.

The radar is drowning in the fog. Its majestic, anti-natural shape in the middle of the thick forest turns the morning into a surreal fairy tale. The radar is higher than the Great Pyramid of Giza, and it stretches out for a half-mile. Dissolving in the gray oatmeal of the fog, it seems to go on forever.

I’m a little tired by the time we pass the radar. No wonder, as it’s twice as long as the Manhattan Bridge and as big as two dozen Eiffel Towers lined up alongside each other.

The radar is so high that I usually have to take two long breaks before I get to the top of the endless metal ladders. Climbing it is pretty dangerous; last year, a stalker fell to his death. It’s worth the risk, though, since you can see the entire Zone from the top: Prypiat, the Chornobyl nuclear power station, and the forest stretching out to the horizon. It’s a shame we don’t have the time or energy to climb the radar now.

The first rays of sunlight fall onto the radar’s rusted bones. A roe deer’s hooves patter in the thicket nearby. A duck with a broken wing jumps up and down on the sand right at our feet, trying, again and again, to take off. I aim my headlamp at it, and we both realize it’s doomed. “It’ll be reborn as someone else,” Gamlet says, trying to assuage my concerns.

We reach Prypiat in the evening, and I pick an apartment in the part of town that looks the most like a jungle. That way, there’s less of a chance we’ll bump into the police. They prowl around the town at night, looking for light in the dark windows of the dead apartment blocks.

We scour a nine-story building, lugging tables and chairs to an apartment with no broken windows. We find all the furniture we need to spend the night, rest for a bit, and then head downtown, scoping out the pier and the Palace of Culture. Then we stop at an amusement park, where Gamlet chooses one of the little rusty bumper cars for his first piece.

He resurrects it, painting it neatly in white. This one is now special, compared to the other old cars. Gamlet calls it a “wonderful exception.”

On our way out of the amusement park, we suddenly hear a real car and we drop down into the high grass, unnoticed. The car is crawling along the street, its sallow lights flooding the darkness. It’s the police or someone worse yet—it’s past curfew, so it can’t be innocent tourists cruising around town.

We regain our composure pretty quickly and then start looking for our next spot. Gamlet picks a wall between the Enerhetyk Palace of Culture and the Polissia Hotel. I plop down and aim my light at the wall, while he paints in black and white.

There already is some street art in Prypiat: darkened silhouettes like permanent shadows in Hiroshima, almost photo-realistic bears and deer, and indecipherable urban-style slogans. Graffiti artists aren’t the only ones trying to revive the town, though—stalkers have put neon lights on the signs lining abandoned high-rises, restored slogans painted on the roofs, and brought treasures from all over the neighborhood back to their apartments to spruce them up and bring them back to life. I’ve celebrated New Year’s in Prypiat a couple of times.

There aren’t enough stalkers to pack soccer stadiums yet, but there are enough of them to fill a university lecture hall. Soon, there will be so many of them that Prypiat will rise again.

But that day has yet to come. For now, I’m still hiding from the police. I try to dim the light shining on the wall, but I accidentally turn it off altogether. We plunge into the pitch-black night—I can’t see my own hand, even if I hold it right in front of my face.

I quickly turn my light back on. The soothing silence of Prypiat washes away my worries and fears. Shortly, I fall fast asleep, and when I wake up, the painting is finished and the town is submerged in the gray oatmeal of the sunrise. Gamlet’s new piece shows a table and a fallen chair. It’s an act of escape snatched away from the whirlwind of life in communal kitchens—one of the only places in “of the city,” or “I’m writing”. On the wall, Gamlet is asking:

What kind of answers are we looking for here?

This question is often posed—as often as it is left unanswered. Journalists constantly ask me about Chornobyl, and I’ve even come up with several pretentious remarks that I throw out during interviews, like “I go to the Zone to escape the hubbub of the city” or “I’m writing a new novel and I’m looking for material in the dead town.”

But the longer I stay there, the stronger I believe that we’re all set in motion by the implacable flow of time. We’re in a rush to leave our mark wherever time has stopped, by doing street art, writing a book, shooting a movie, or taking pictures of every nook and cranny. We are in a rush, for we feel that this place is vanishing before our very eyes and that deserted towns are quickly transforming into ruins and jungles. It’s a good thing that our marks fuel their resurrection.

Gamlet is done working in Prypiat. It’s a long way home. He takes another rolled cigarette out of his case and offers it to me. It’s my first cigarette in weeks. It relaxes me, and I get all chatty.

“Prypiat will be reborn just like that duck with a broken wing near the radar,” I say. I tell him that my Chornobyl Zone is more like Trainspotting than a post-apocalyptic experience. Stalkers bring dead towns back to life—they booze on the roofs, play their guitars even when they’re surrounded by the cops, have raves in abandoned churches, and throw wild New Year’s parties. They do everything that people don’t usually do in ghost towns. I tell Gamlet that Prypiat is deserted and alive at the same time, like an anthill full of life that you only notice if you come close enough.

Our trip back home takes all night.

At daybreak, we’re plodding across a field, our sneakers taking in heavy dew and thick fog. We trudge toward the barbed wire fence—to bypass the police checkpoint, finish the water in my flask, and get into a taxi that will come all the way out here to pick us up.

I pull up the barbed wire to let Gamlet out of the Zone. He slips right through without getting his backpack snagged on the wire. I turn around one last time—the purple glow near the horizon is slowly turning into the soft colors of dawn as the field drowns in thick fog.

When I climb under the fence, my sleeve catches on the barbed wire, and it occurs to me that it’s the Zone grabbing my arm. It let Gamlet out because he finished his painting, but I, clearly, will have to come back.

translated from the Ukrainian by Hanna Leliv
https://www.asymptotejournal.com/nonfiction/markiyan-kamysh-pripyat-underground

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Інститут ядерних досліджень

Я часто ходив проспектом Науки повз Інститут ядерних досліджень. Прямо під його яскравою фрескою з двома робітниками, завмерлими у акті розщеплення атому. Роками ходив, знаючи: десь там працював мій батько.

І от, забрав нарешті його особисту справу з заявами, виписками і трикутними печатками інституту в формі німбу Бога Отця.

Виявилося, батько не просто ліквідатор — ядерна енергетика то все його життя:

  • 1975-1981 — препаратор, а потім і студент КНУ імені Шевченко за спеціальністю експериментальна ядерна фізика;
  • 1981-1982 — інженер спеціального конструкторсько-технологічного бюро з експериментальним виробництвом Інституту ядерних досліжень;
  • 1985-1992 – інженер-конструктор І категорії в тому самому бюро Інституту. Його колеги по відділу займалися, зокрема, експериментальним прискорювачем “Каскад”. Там сюрреально-прекрасні “тандемный электростатический ускоритель”, “инжекция пучка ионов” і навіть “дуоплазмон”;
  • 1992-1994 — провідний інженер відділу електростатичних прискорювачів. Звідти перевівся у НТІ з ядерної і радіаційної безпеки Держатомконтролю України. Отримував надбавки за роботу в шкідливих умовах (робітники в Зоні називають їх “гробові” і було би смішно, якби не смерть батька у 2003). В його заяві знаходжу чудове: “Прошу зачислить на ставку 3753 рубля + 24 процента вредности”.

І це я ще не копав його ліквідаторський досвід 1986-87. Поки є тільки посвідчення ліквідатора і розповіді, що батько виходив на дах реактору четвертого блоку для дезактиваційних робіт.

Виходить, атом — невід’ємна частина моєї родини. Більша навіть, ніж я думав раніше. І мені про це розповідати на роду написано.

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